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sabato 16 marzo 2013

PIAZZA ARMERINA






Piazza Armerina (Ciazza nella parlata locale Gallo-italica, Piazza o Chiazza in siciliano) è un comune italiano di 22.033 abitanti[3] dellaprovincia di Enna in Sicilia.
Già comune in provincia di Caltanissetta, quando la provincia di Enna non era ancora stata istituita, poi entrata a far parte di quest'ultima provincia, è patrimonio dell'UNESCO dal 1997 per la sua Villa del Casale.Piazza Armerina sorge nell'entroterra del Golfo di Gela, su un'altura dei monti Erei meridionali, nella Sicilia centrale, a quasi 700 m d'altitudine. La città, tra i maggiori punti di riferimento della provincia, è incastonata tra fitti ed estesi boschi misti con predominanza di eucaliptus, che si estendono ai suoi piedi a nord come a sud. Il territorio comunale della città rientra tra i primi 100 comuni italiani per superficie, piazzandosi al 37º posto con un'estensione di 302 km², che ne fanno il secondo centro della provincia alle spalle del capoluogo, ed il settimo della regione. Il suo punto più alto è di 877 m sul livello del mare, mentre quello più basso si colloca a quota 225 m, determinando una notevole escursione altimetrica che si registra tra il centro urbano e le località sottostanti, tra cui numerose sono le enclavi, ritagliate nei territori dei comuni limitrofi.


LA LEGGENDA :
Al centro delle contrade Navonello, Braemi, Cucchiara, Rossignolo, Scalisa, tra i paesi di Piazza Armerina e Barrafranca, si erge per ben 754 metri d'altezza Monte Navone. Monte dalla forma piramidale, secondo alcune tracce archeologiche, è considerato luogo anticamente antropizzato. La sua storia si perde nel tempo antico. La sua sommità, in particolar modo, è ricco di tracce di insediamenti di diverse epoca, tra cui quella greca. Figlio di una natura selvaggia ed incontaminata, Monte Navone fu ed è un vera e propria fonte di ispirazione per le leggende e le storie popolari più ancestrali e occulte. La sua nebbia che silenziosa scende dalla sua sommità durante i giorni d'inverno sembra portare con se tutto il peso dei secoli antichi, avvolgendo di misero le sue pendici verdeggianti. Basti pensare che proprio in cima si narra di un misteriosissimo tesoro, detto "dei sette re", custodito da spiriti. Ma la leggenda più famosa e comune è quella che narra di una fiera fantasma che ogni anno prenderebbe vita dal nulla. A Piazza Armerina e a Barrafranca si racconta che quando la Madonna Annunziata si celebra di lunedì a Monte Navone "si fa festa" e proprio dalla grotta del tesoro dei sette re si odono strida e lamenti. Altre varianti vogliono la fiera ricrearsi quando Natale (a Raddusa) cade di lunedì oppure quando, durante quest'ultimo, si festeggia Sant'Agata (a Piazza Armerina).
Per quel che concerne la prima variante, si narra che quando il Natale cadeva, per l'appunto, di lunedì gli antichi facevano festa sul Monte Navone con una fiera. In quel grande mercato v'erano beni di ogni tipo, animali di ogni specie e tanta gente. Un uomo vedendo tutto ciò si meravigliò e disse che sarebbe stato stupendo se quelle persone e quelle persone fossero diventate oro. Mentre affermava questo, i cieli si aprirono e tutti furono tramutati in oro. La montagna si chiuse. Da quel momento se qualcuno si trovasse ad andare a Monte Navone durante un Natale festeggiato di lunedì e senza sapere la storia e toccasse la montagna, la maledizione si spezzerebbe rendendo nuovamente ogni uomo ed ogni bestia nuovamente com'era, vivo e vegeto.
Simile ma diversa è la seconda variante. In tale leggenda è la festa di Sant'Agata ad essere presa in considerazione. Infatti se un visitatore, senza sapere che in quel lunedì si festeggia la santa, si trovasse ad andare a Monte Navone, si ritroverebbe circondato da una fiera in festa. Da questa può comprare ogni cosa, tutto quel che vuole e, dopo mezzanotte, una volta a casa, tutto si trasformerebbe in oro puro.
Sembrerebbe tutto rose e fiori ma c'è una nota dolente. Il visitatore dopo aver visitato la fiera può certamente tornarsene a casa ma durante il tragitto più di una voce chiamerebbe il suo nome nel buio e nel silenzio. Lui ha l'obbligo di non voltarsi mai e per nessuna ragione. Solo in casa queste voci svanirebbero. E se qualora si voltasse, tutto quello che è riuscito a prendere alla fiera si trasformerebbe in nulla e gli spiriti lo picchierebbero brutalmente. Questo, secondo alcuni racconti, potrebbe anche portare alla morte dopo qualche giorno avanti la visita alla fiera di Monte Navone.



IL RATTO DI PERSEFONE:

Ai tempi antichi, quando gli immortali calcavano questa terra con il loro augusto piede, tanti erano i problemi per le dee giovani e belle. Spesso queste grane si trasformavano in tragedie. Poche di queste storie si concludevano con un lieto fine, più spesso avevano un epilogo dolce e al tempo stesso amaro.
Persefone, o Kore, “la fanciulla” (nella mitologia romana, Proserpina), è figlia di Demetra e Zeus. Il nome latino della giovane dea, deriva direttamente dal verbo “proserpere” che sta per crescere, avanzare o estendersi. Infatti, nella originaria versione greca, Persefone rappresenta il grano verde, appena spuntato, mentre la madre è simbolicamente accomunata al grano maturo.
È inevitabile che una bellezza simile a quella di Persefone non susciti qualche desiderio. A perdere il bene dell’intelletto innamorandosi totalmente è Ade, l’invisibile, il dio dell’Oltretomba, signore dei morti. Ade decide di rapire Persefone per farla sua.
La giovane immortale sta raccogliendo dei fiori in una verde pianura della Sicilia, a pochi chilometri da Enna, accanto all’attuale Pergusa, lago alimentato da una serie di ruscelli. La accompagna l’amica Ciane. All’improvviso la terra si spalanca davanti alle due per lasciare il passo al dio dei morti alla guida di un carro trainato da quattro cavalli neri come la pece. Tutto si risolve in un attimo. Nell’aria rimangono solo le ultime grida di disperazione della dea fanciulla. La quadriga infernale sparisce inghiottita dalla voragine portando Ade e la disperata Persefone. Ciane che aveva tentato di bloccare la corsa del carro, viene trasformata in fonte d'acqua dal dio degli inferi. Da quel momento le acque del Ciane scorrono circondate dal verde e dai papiri fino a Siracusa.
La mamma Demetra, saputo del rapimento di Persefone, inizia a vagare per il mondo in cerca della figlia. Si dispera, urla, corre da un capo all’altro della terra per nove giorni ma non la trova. In una delle tappe della sua ricerca arriva nella zona dove sorgerà Trapani. Lì Demetra perde la sua falce. Da allora lo strumento ha guidato la formazione del paesaggio e il suo profilo falcato ha caratterizzato lo sviluppo della città.
La dea-madre viene aiutata da Ecate che le suggerisce di chiedere informazioni a Elios, il sole, l’unico che è riuscito a scorgere l’aspetto del rapitore. Così Demetra viene a conoscenza di tutti i particolari. Chiede aiuto agli altri dei dell’Olimpo e per forzare la mano a Zeus fa in modo che la terra non dia più frutti e la conseguente carestia mette in pericolo gli uomini.
Il re degli dei decide quindi di agire. Ordina ad Ade di riportare la fanciulla sulla terra. L’intrigo però si complica. Lo stesso Ade non vuole separarsi definitivamente da Persefone, quindi fa mangiare alla giovane dea alcuni chicchi di una melagrana. Per legge divina, chiunque mangi qualcosa nel Regno dei morti non può più ritornare fra i vivi. A zeus non rimane che porre rimedio, anche se parzialmente, alla faccenda. Persefone può tornare sulla terra per otto mesi. Il resto dell’anno deve restare negli inferi.
Da qui l’alternanza delle stagioni in Sicilia. Quando Persefone è sulla terra, da marzo a ottobre, i migliori per l’isola, la natura si risveglia e dà frutti. Quando la giovane dea è nel Regno dei morti, da novembre a febbraio, ci si trova in autunno e in pieno inverno.





LA CHIESA DELLA MADONNA DEL GORGO NERO:

Piazza Armerina. La chiesetta che adesso non c’è più. Si tratta di quella di Santa Maria del Gorgo Nero, che una volta stava proprio nel cuore della città, ossia nel borgo di San Giovanni. Scriveva Litterio Villari nella sua opera “La Storia ecclesiastica di Piazza” "Esisteva una chiesetta nei pressi del borgo del Patrisanto detta S. Maria del Borgo Nero la quale nel XVI secolo era andata distrutta. La grande immagine di stile bizantino della Madonna che stava nella chiesetta venne portata nella non lontana chiesa di Santa Barbara. In seguito arrivò nella chiesa dei Teatini". Quell’antica chiesetta di cui parla il Villari nella sua monumentale opera venne costruita, con tutta probabilità, dal pittore Giozzo, nome poi utilizzato dai piazzesi per chiamare la parte alta del fiume Gela. L’immagine della Madonna bizantina una volta chiusa la chiesa di San Lorenzo finì all’interno dell’opera pia della Casa di Riposo San Giuseppe. Lasciata a marcire dentro un secchio e ritrovata agli inizi degli anni 90 dal prof. Salvatore Ciurca. L’icona della Madonna bizantina è un simbolo di una parte della lunga storia che accompagna la Città. Oggi, grazie all’iniziativa del vescovo Michele Pennisi, della meravigliosa icona, di cui possono vedersi i contorni del volto della Madonna con in braccio il bambino, si cercherà di recuperare un’opera di indubbio valore artistico e storico per Piazza. Protagonisti del restauro saranno gli allievi della scuola arti e mestieri di Roma. L’idea di Michele Pennisi, di un cantiere didattico aperto al museo diocesano della città, ha trovato anche il contributo della giunta Nigrelli che in un anno di governo ha emanato numerosi provvedimenti e sposato diverse iniziative in uno dei settori dimenticati della città: le politiche dei beni culturali.







cefalù








È situato sulla costa siciliana settentrionale, a circa 70 km da Palermo, ai piedi di un promontorio roccioso. È uno dei maggiori centri balneari di tutta la provincia; nonostante le sue dimensioni, ogni anno attrae milioni di turisti provenienti da ogni parte della Sicilia e anche, in genere, da tutta l'Italia ed Europa. Nel periodo estivo la popolazione arriva anche a triplicarsi, rendendo affollate le principali piazze e le strade più importanti del paese. La cittadina, che fa parte del Parco delle Madonie, è inclusa nel club de I borghi più belli d'Italia, ossia un'esclusiva associazione di piccoli centri italiani che si distinguono tra l'altro per grande interesse artistico, culturale e storico, per l'armonia del tessuto urbano, vivibilità e servizi ai cittadini.



il clima :


Secondo la classificazione dei climi di Köppen, il clima di Cefalù appartiene al gruppo denominato Csa: clima temperato delle medie latitudini con la stagione estiva asciutta e calda ed inverno fresco e piovoso (clima mediterraneo). Le stagioni intermedie hanno temperature miti e gradevoli. L'estate è arida e calda, generalmente torrida e frequentemente ventilata grazie anche alla presenza delle brezze marine, in estate, specialmente in luglio ed agosto non è rara la presenza dello scirocco. In base alla media trentennale di riferimento 1961-1990, la temperaturamedia del mese più freddo, gennaio, si attesta a +12,0 °C; quella del mese più caldo, agosto, è di +26,8 °C .






la storia:



Tracce di frequentazione del sito risalgono all'epoca preistorica, in particolare in due grotte che si aprono sul lato settentrionale del promontorio su cui sorse la città. A un insediamento pre-ellenico si riferisce la cinta muraria di tipo megalitico, datata alla fine del V secolo a.C., che circonda l'attuale centro storico ed è in gran parte ancora conservata, e il contemporaneo "tempio di Diana", un santuario costituito da un edificio megalitico, coperto con lastroni di pietra di tipo dolmenico che ospita una precedente cisterna più antica (IX secolo a.C.).
Nel IV secolo a.C. i Greci diedero al centro indigeno il nome di Κεφαλοίδιον (Kefaloidion), dal grecoKefa o kefalé, ovvero "testa, capo"; riferito probabilmente al suo promontorio. Non è da escludere tuttavia la ripresa fonetica dall'aramaico (lingua cananaica strettamente affine al fenicio) Kephas (pietra, roccia), dunque sempre in riferimento al promontorio.
Nel 307 a.C. venne conquistata dai Siracusani e nel 254 a.C. dai Romani, che le diedero in latino il nome di Cephaloedium. La città ellenistico-romana ebbe una struttura urbanistica regolare, formata da strade secondarie confluenti sul principale asse viario e chiusa ad anello da una strada che segue il perimetro della cinta muraria.
Nel periodo del dominio bizantino l'abitato si trasferì dalla pianura sulla rocca e restano tracce di lavori di fortificazione di quest'epoca (muramerlate), oltre a chiese, caserme, cisterne per l'acqua e forni). La vecchia città non venne tuttavia del tutto abbandonata, come prova il recente rinvenimento di un edificio di culto cristiano, con pavimento in mosaico policromo risalente al VI secolo.
Nell'858, dopo un lungo assedio, venne conquistata dagli Arabi, che le diedero il nome di Gafludi, e fece parte dell'emirato di Palermo. Di questo periodo si hanno tuttavia notizie scarse e frammentarie e mancano anche testimonianze monumentali.
Nel 1063 fu conquistata dai Normanni di Ruggero I e, nel 1131, grazie a Ruggero II, fu rioccupato l'antico abitato sulla costa, rispettando la struttura urbana preesistente: a questo periodo risalgono parecchi dei monumenti cittadini, quali:
  • La chiesa di San Giorgio e il lavatoio di via Vittorio Emanuele
  • Il chiostro del duomo e il "Palazzo Maria" (sede trecentesca dell'allora Palazzo Comunale) sito in piazza del Duomo.
  • L'Osterio Magno sul corso Ruggero sede dei Ventimiglia a Cefalù.
Precisamente al 1131 è datata in particolare la basilica cattedrale.
Tra la metà del XIII secolo e il 1451 passò sotto il dominio di diversi feudatari e da ultimo divenne possedimento del vescovo di Cefalù.
La storia successiva di Cefalù si può assimilare a quella della Sicilia e del resto dell'Italia. Nel 1752 vi si iniziano a stabilire i consolati stranieri (Francia, Danimarca, Olanda, Norvegia e Svezia) e la città diventa meta del Grand Tour. Durante il Risorgimento, vi venne fucilato, il 14 marzo 1857, il patriota Salvatore Spinuzza. Dopo lo sbarco di Giuseppe Garibaldi del gennaio 1861, la città proclamò la sua adesione al Regno d'Italia.
Oggi è una località marina e una meta turistica per le sue spiagge e le opere d'arte che conserva.




la basilica ( cattedrale):


Secondo la leggenda, il duomo ("basilica cattedrale") di Cefalù sarebbe sorto in seguito al voto fatto al Santissimo Salvatore da Ruggero II, scampato ad una tempesta e approdato sulle spiagge della cittadina. La vera motivazione sembra piuttosto di natura politico-militare, dato il suo carattere di fortezza.
Le vicende costruttive furono complesse, con notevoli variazioni rispetto al progetto iniziale, e l'edificio non fu mai completato definitivamente. La posa della prima pietra avvenne il giorno di Pentecoste dell'anno 1131 alla presenza di Ugone arcivescovo di Messina a cui la ricostituita Diocesi di Cefalù era suffraganea e nel 1145 furono realizzati, da manodopera bizantina, i mosaici nell'abside e sistemati i sarcofagi porfiretici che Ruggero II aveva destinato alla sepoltura sua e della moglie, poi trafugati da Federico II "approfittando dell'assenza temporanea dell'allora vescovo di Cefalù Jocelmo" e portati a Palermo dove ancora oggi si trovano. Le spoglie di Ruggero II avrebbero dovuto riposare nella navata trasversale della basilica, lo testimoniano le figure in rilievo rappresentanti il leone: simbolo di regalità; la tartaruga: simbolo di eternità; il Profeta Elia trasportato in cielo dai capelli dell'angelo; Edipo cieco simboleggiante gli enigmi della vita. Annesso al duomo è un elegante chiostro con colonne binate sormontate da capitelli figurati, fra i più notevoli esempi di scultura medievale in Sicilia.




il lavatoio medievale:
In via Vittorio Emanuele si trova il lavatoio pubblico conosciuto come "Lavatoio medioevale", presso il tardo-rinascimentalepalazzo Martino. Nel 1514 fu demolito e ricostruito in posizione più arretrata rispetto alle mura cittadine e il fiume che scorreva a cielo aperto venne coperto nel XVII secolo. Nell'estate del 1991 sono stati ultimati i lavori di restauro.
Il lavatoio si presenta con una scalinata in pietra lavica che conduce ad una pavimentazione levigata dal tempo e ad una serie di vasche che si colmano con le acque che scorrono da ventidue bocche di ghisa (di cui quindici teste leonine) disposte lungo le pareti sovrastate da basse volte. Attraverso un piccolo antro, l'acqua raggiunge il mare. Nelle vasche sono evidenti gli appoggi che servivano per strofinare i panni


Antinna a mari


La Antinna a mari (o 'ntinna a mari, antenna a mare) è un gioco tradizionale, che attira numerosi turisti, che si svolge a Cefalù, in Sicilia, durante il mese di agosto, in particolare nell'ultimo giorno dei festeggiamenti della festa del Santissimo Salvatore della Trasfigurazione, dedicata al patrono della città, il S.S. Salvatore.
Si tratta di una sorta di albero della cuccagna posto sul mare: un lungo tronco unto di sapone e sego viene sospeso quasi orizzontalmente sulle acque prospicienti il molo. Lo scopo della gara consiste nel cercare di raggiungere una bandierina posta all'estremità, appunto, della 'ntinna senza cadere in acqua. I partecipanti sono costretti ad innumerevoli tentativi (con conseguenti tuffi in acqua) prima di riuscire a raggiungere la bandiera.
Secondo la tradizione, possono partecipare soltanto i figli maschi dei pescatori.Sempre in Sicilia è possibile trovare lo stesso gioco nella stessa forma e quasi nello stesso periodo dell'anno anche nell'isola di Marettimo (isole Egadi).
Anche a Sciacca, in provincia di Agrigento, si svolge "L'antinna a mari" dal 27 al 29 giugno in occasione della festa di San Pietro, protettore dei pescatori.
A Porto Empedocle si svolge nel mese di luglio, durante i festeggiamenti in onore della Madonna del Carmine.
Per la ricorrenza dell'Ascensione la "'ntinna a mari" si svolge anche a Finale di Pollina, borgata a una decina di km da Cefalù.
Il giorno di Ferragosto ad Augusta, in provincia di Siracusa, si svolge una gara con decine di partecipanti e migliaia di spettatori nell'incantevole scenario del Golfo Xifonio, rinomata zona balneare della cittadina aretusea.
Anche a S. Agata di Militello si svolge la 'ntinna a mari e precisamente nella prima domenica di agosto, il giorno delle celebrazioni della festa di Maria Santissima del Mare sulle barche.
A Sferracavallo, in provincia di Palermo il gioco si svolge verso la fine di Settembre, durante i festeggiamenti dei S.S. Cosma e Damiano, protettori dell'antica borgata marinara.
Anticamente anche a Santo Stefano di Camastra si svolgeva questo gioco.


l'ottava del corpus domini:

L'"ottava del Corpus Domini" corrisponde agli otto giorni del mese di giugno, da un giovedì al successivo giovedì, nei quali si celebrava la festa del Corpus Domini, con le processioni degli aderenti alle varie corporazioni che portavano i grandi stendardi custoditi all'interno della Cattedrale.
Le corporazioni riconosciute dalla città, che si alternavano nei giorni di festa erano:
  • "i mastri nichi": i giovani "mastri" delle varie categorie artigiane;
  • "i ucciera": ossia i macellai;
  • "i piscatura": i pescatori, un tempo considerato la forza economica della città;
  • "i viddani": i contadini, ai quali era affidata l'organizzazione dei carri allegorici ispirati alla vita dei campi e ai prodotti della terra, le primizie;
  • "i marinara di riviela": i marinai di velieri, che nonostante provenissero per la maggior parte dal ceto dei pescatori si distinguevano per la loro esperienza di navigazione;
  • " parrini": i sacerdoti, che avevano un particolare riguardo sociale, oltre – s'intende – un certo rilievo economico;
  • "galantuomini": un ceto aristocratico che in Sicilia, come pure a Cefalù, assolveva un ruolo di primo piano;
  • "i mastri ranni": letteralmente i maestri grandi, ossia la maestranza per eccellenza, che si esprimeva perlopiù nel settore edile ed artigianale, specificatamente, nel settore dell'ebanisteria.
In occasione dell'ottava, ed esattamente la domenica si faceva la "frottola", termine con cui si intendeva non una poesia suscettibile d'essere musicata, ma la sfilata di carri allegorici lungo le vie del paese, con in testa un tamburo rullante costantemente. I carri rappresentano con i fiori, il "Santissimo Sacramento" e la vita contadina. Subito dopo il suonatore di tamburo ("tamburaro") vi sono "frotte" di bambini che portano i "cucciddati", pani a forma di ciambella realizzati con la farina del primo frumento dell'anno, che vengono appesi su dei bastoni, e i bambini gridano l'espressione augurale: "Viva ‘u pani". Anticamente, quando ogni strada aveva il nome di un santo, la "frottola" si fermava e venivano recitate delle nenie inneggianti alle virtù dei cristiani.

musei:
Il Mandralisca è un museo che si trova nell'omonima via. Il museo, oltre a conservare dipinti quattrocenteschi e altri reperti archeologici, conserva l'opera che ha contribuito a rendere famosa la città: il celeberrimo Ritratto d'ignoto marinaio, il dipinto di Antonello da Messina. Oltre a questi, vi si possono trovare una vasta collezione di monete antiche e un'importante collezione malacologica..





superstizioni e credenze




I nati di "Venerdì":
Per molte persone, il venerdì è ritenuto un giorno nefasto, tranne che per il popolo siciliano. Anticamente pensavano che i bambini nati di venerdì fossero privilegiati: erano ritenuti forti, valenti, scaltri, furbi e potenti a tal punto da poter maneggiare serpenti velenosi di qualsiasi natura e a far fronte ai lunatici (secondo la credenza, sono quelle persone che in certe notti acquistano istinti di lupo, pur conservando le forme di uomini).
Il "venerino" così chiamato per chi nasce in tale giorno, ha anche la facoltà di vedere le cose occulte e di profetizzare l'avvenire. Gli spiriti maligni non hanno nessuna influenza su di lui. Chi nasce di venerdì, non può essere stregato e può anche abitare in una casa invasa dagli spiriti, senza che venga da questi disturbato.
Era usanza per le donne di Trapani, di conservare le uova fatte dalle loro galline, nel venerdì santo. Così come per i Palermitani, che ogni venerdì si recavano alla chiesa delle Anime dei corpi decollati. Dopo aver offerto il loro rosario, le donne andavano ad origliare sopra una lapide per sentire se ciò che esse desideravano venisse loro concesso.






Gli scongiuri del popolo siciliano:

Secondo il popolo, esistono varie specie di "scongiuri": contro il malocchio, contro i vermi intestinali, contro il vomito e la diarrea, contro le malattie degli occhi, contro le malattie esantematiche dei bambini, contro l'emicrania, la sciatica e le altre malattie. Oltre agli scongiuri contro le malattie, vi sono quelli contro gli animali nocivi e le tempeste per non parlare degli scongiuri amorosi. Di quest'ultimi, vi è l'invocazione degli angeli, arcangeli, serafini e cherubini, che si riuniscono attorno alla fattucchiera per darle il loro aiuto.
C'è stata sempre nel popolo, la tendenza a credere nei poteri soprannaturali capaci di protezione e di difesa. Per esempio le immagini dei Paladini, venivano dipinte sulle sponde del proprio carretto, come ad averne protezione, a riceverne una difesa contro i malvagi e gli invidiosi. Palermo, per l'intelligenza e il particolare amore di Giuseppe Pitrè, vanta l'esistenza del Museo Etnografico Siciliano, il quale, grazie al lavoro costante di ricerca, conta oggi più di ventimila oggetti che altro non sono che la documentazione viva di tutto quanto il grande demopiscologo, scrisse nella Biblioteca delle Tradizioni Popolari Siciliane.
Uno scongiuro contro il malocchio, secondo le credenze popolane, è lo sputo, sopratutto se è triplice diventa una provvidenza. Onde cacciare il male, per esempio quando si andava a visitare un infermo si sputava tre volte, o quando c'era una donna in sopraparto, oppure quando si incontrava un gobbo, un fattucchiere o un prete. Addirittura certe madri, quando qualche dubbia donna baciava il loro bambino, sputava tre volte non appena questa fosse uscita di casa. Alcuni, portavano indosso, l'erva caccia diavuli, (la ruta), chi l'aglio e la cipolla, chi la coda o un po' di pelle della fronte di un lupo.





Le donne di Fuora:
Le donne di Fuora non vanno confuse con le maliarde e le streghe, poiché secondo alcuni nel loro corpo non alberga un particolare spirito. Le donne di Fuora vengono chiamate anche "belle signore". Secondo la credenza, queste signore escono di casa la notte, non col corpo e lo spirito, ma solamente con lo spirito. Vanno a trovare gli spiriti degli inferi, le anime vaganti, per averne consigli, risposte e domande di cose future, secondo le richieste dei clienti.
Era credenza che le "signore" costituivano una società di 33 potenti creature, le quali erano sotto la dipendenza di una mamma maggiore, che si trovava a Messina. Tre volte la settimana, le notti di martedì, giovedì e sabato uscivano in ispirito e andavano a concilio a Ventotene, per deliberare sulle fatture da rompere, le legature da sciogliere, i castighi o i premi da proporre contro o in pro di chi ha meritato il loro odio o il loro amore.
La donna di Fuora prima di coricarsi ricordava al marito o ad altri che erano in casa che la notte era di uscita, e proibiva a tutti che non doveva essere toccata durante la sua uscita. Chi voleva in casa una "bella signora" doveva prima della mezzanotte, ardere dell'incenso, foglie d'alloro e rosmarino. Il profumo chiama le belle signore al passare. Entrano per le fessure o per il buco della serratura, poiché sono spirito.
Le donne di fuora non si lasciano vedere da nessuno, ma il loro passaggio è rivelato da sentori e da rumori impercettibili. Si vuole che le prime donne di Fuora ricevettero la potenza direttamente dal demonio, a cui per contratto diedero l'anima.
La credenza vuole che le doti di una donna di Fuora devono essere la bellezza, il senso della giustizia, la virtù del silenzio e dell'ubbidienza alle decisioni prese insieme con le compagne.

giovedì 14 marzo 2013

MARSALA - TRAPANI


Marsala è un comune italiano di 80.083 abitanti della provincia di Trapani in Sicilia.
È il primo comune della provincia di Trapani ed il quinto della Sicilia per popolazione.
Famosa per lo sbarco di Garibaldi e dei mille dell'11 Maggio 1860 e per la produzione dell'omonimo vino Marsala, per cui, dal 1987, è Città del Vino. Sorge sulle rovine dell'antica città punica di Lilibeo (Lilibeum in latino), dal cui nome deriva l'appellativo di lilibetani (oltre a quello dimarsalesi) per i suoi abitanti.Nel 397 a.C. la colonia fenicio-punica di Mozia, fiorita 8 secoli prima di Cristo sull'isola di San Pantaleo, a poche miglia dalla costa della Sicilia sud-occidentale, fu invasa e distrutta dal tiranno di Siracusa Dionisio I. I superstiti si rifugiarono sulla costa siciliana e fondarono un nuovo insediamento a cui diedero il nome di Lylibeo, ossia "la città che guarda la Lybia", perché, appunto, Lybia veniva chiamata allora tutta la costa settentrionale dell'Africa.
Lylibeo passò in mano ai romani nel 241 a.C. per divenire uno dei centri più importanti della Provincia siciliana: nucleo di scambi e commerci, sede del pretore e del questore, fu arricchita di ville ed edifici pubblici, tanto da meritarsi l'appellativo di splendidissima urbsdatole da Cicerone, questore tra il 76 e il 75 a.C.

Devastata dai Vandali all'inizio del V secolo d.C., fu annessa nel VI all'impero di Giustiniano e visse secoli bui, segnati dal disinteresse diBisanzio e dalle incursioni dei pirati. L'arrivo nell'VIII secolo degli arabo-berberi sotto il contiguo monte Granitola segnò anche la ripresa dei traffici commerciali e l'inizio della rinascita della città, che fu chiamata Marsa ʿAlī "Porto di ʿAlī" o, forse, Marsa ʿāliyy, "Porto Grande", data la grandezza dell'antico porto, sito presso Punta d'Alga, o anche Marsa Allāh, cioè "porto di Dio", donde poi il nome attuale. La crescita economica e demografica portò ad un importante sviluppo urbanistico, improntato al modello arabo.
A partire dalla fine dell'XI secolo si susseguirono le dominazioni normanna, sveva, angioina e aragonese. Sotto la dominazione della casa spagnola, Marsala poté godere di un periodo di sviluppo e benessere, grazie al porto e alla coltivazione del fertile entroterra. La città visse una nuova fase di espansione e divenne una delle più importanti piazzeforti siciliane. Ma l'interramento del grande porto di Punta d'Alga, disposta nel 1575 dall'imperatore Carlo Vper fermare le incursioni saracene, segnò la fine di questa fioritura[senza fonte].
Da questo momento bisogna aspettare due secoli per avere un'altra svolta nella storia della città. Alla fine del Settecento, fu ancora una volta un arrivo dal mare a cambiarne le sorti: l'approdo dell'inglese John Woodhouse che "inventò" il vino marsala. Il Woodhouse, infatti, ritenne di qualità eccellente il vino prodotto dai contadini locali, definito "in perpetuum", visto l'uso di rabboccare le botti in via di svuotamento con vino nuovo, sì da mantenerne inalterati i livelli. Caratterizzato da una naturale alta gradazione alcolica, il vino marsalese non era però adatto al trasporto: per ovviare al problema Woodhouse sperimentò con successo l'aggiunta di alcol di buona gradazione nel vino, garantendone in questo modo la stabilità. Egli ne avviò, quindi, l'esportazione annoverando in seguito, tra i suoi più illustri clienti, l'ammiraglio Nelson e la flotta britannica. Il vino così "inventato" da John Woodhouse fu quindi in grado di affrontare vittoriosamente, specialmente nella variante secca, il confronto col Madera e col Porto, ampiamente popolari tra i sudditi di Sua Maestà. Si deve ai Woodhouse l'esplosione dell'economia marsalese e la messa in opera con propri fondi di numerose opere infrastrutturali, tra cui il nuovo porto di Margitello, l'attuale porto di Marsala.

L'11 maggio 1860 avvenne lo sbarco di Giuseppe Garibaldi con i suoi Mille che da qui iniziò l'unificazione d'Italia.
Nella storia di Marsala vi è però anche un altro 11 maggio, un triste ricordo per la cittadinanza, quello del 1943: un bombardamento britannico sul centro abitato causò numerose vittime tra i civili e sfregiò perennemente il centro storico barocco della città. Proprio per il sacrificio di numerose vite umane a Marsala è valsa la medaglia d'oro al valor civile.


LA LEGGENDA DELLA SIBILLA:

La figura della sibilla veniva rappresentata con le vesti di una sacerdotessa con virtù profetiche. Particolarmente nota era la sibilla di Cuma, che in Sicilia fu identificata con la sibilla di Lilibeo (l’odierna Marsala). Riguardo la sibilla di Lilibeo, si narra che vivesse dentro una grotta dove si trovava un pozzo miracoloso, l’acqua del quale avrebbe reso un indovino chi l’avesse bevuta. Di questo pozzo parla anche Diodoro Siculo a proposito dello sbarco di Annibale a Lilibeo nel 409 a.c., il che attesta che questo luogo sacro fosse conosciuto ancora prima della fondazione della città. Questo fatto lascia intendere inoltre come il sito fosse in origine legato ad antiche pratiche rituali pagane, ovvero al culto di Apollo. A favorire la localizzazione della grotta della Sibilla a Lilibeo contribuì anche la circostanza per cui proprio in quei luoghi fosse appunto particolarmente sentito il culto di  Apollo, come dimostra lo stemma civico di Marsala che raffigura Apollo con la lira. La Sibilla era in sostanza la sacerdotessa del dio Apollo, il cui compito in vita era quello di mettere a conoscenza gli uomini degli oracoli del dio che ella proferiva in forma di vaticini. Questa similitudine della sibilla di Lilibeo con la figura leggendaria della sibilla di Cuma, e l’accostamento rituale con l’antico culto oracolare greco, testimonia come la sibilla di
Lilibeo fosse comparabile con la Pizia, sacerdotessa del tempo di Apollo a Delfi. La vera differenza tra le due mitiche figure era riscontrabile nel fatto che la Pizia fosse effettivamente una sacerdotessa in carne ed ossa, mentre  la sibilla di Marsala era una figura incorporea, identificabile in uno spirito presente nella grotta che si manifestava attraverso l’acqua del pozzo. La leggenda vuole, infatti, che la sibilla chiese ad Apollo di vivere tanti anni  quanti erano i granelli di sabbia che si potevano tenere in una mano, dimenticando però di chiedere al contempo di restar giovane, Apollo acconsentì al suo desiderio, ma a condizione che la sua giovinezza fosse il prezzo della sua verginità, la sibilla rifiutò, così il suo corpo col passare del tempo si fece sempre più scheletrico, fino a svanire del tutto, ma la sua presenza rimase sempre viva, come l’eco di una voce tonante. Con l’arrivo del  cristianesimo, il culto della sibilla non scomparve, ma si trasformò in quello di S.Giovanni. Sopra la grotta della sibilla, infatti, fu costruita nel 1576 la chiesa di S. Giovanni Battista ed una statua del santo fu posta dentro la  grotta su quella che forse era l’Ara di Apollo. La Sibilla offriva la conoscenza del futuro attraverso l’acqua del pozzo; San Giovanni invece offriva la conoscenza i Dio grazie al battesimo. Si dice che l’acqua del pozzo, normalmente salmastra, divenisse miracolosamente dolce e limpida e che addirittura risultasse salubre per i malati. Una leggenda legata alla teoria dell’origine siciliana del testo e dunque dei luoghi dell’Odissea omerica,  vuole che, proprio nell’antro della grotta della sibilla di Lilibeo, l’astuto Ulisse venne a rifocillare e ritemprare il suo stanco corpo. La sibilla veniva ricordata anche nel rito dello scutu (ascolto) che alcune donne facevano alla vigilia della festa di S.Giovanni.

SAN GIOVANNI E LA SUA FESTA:

I tradizionali giochi d'artificio della notte di San Giovanni verranno proposti quest'anno in una nuova veste. Per la 1^ volta, i giochi, che verranno fatti brillare   nella zona dell'ex Salato, si avvarranno dell'accompagnamento musicale. "Abbiamo deciso- specifica il Sindaco Carini -  di proporre quest'anno una nuova tipologia di giochi pirotecnici che oltre ad essere altamente spettacolari saranno assemblati alla musica. Un insieme di bagliori e note che siamo certi sarà di gradimento della collettività marsalese".  Prima dei giochi d'artificio (ore 22,30 circa) il programma dei festeggiamenti organizzati dall'Amministrazione Comunale e dalla Chiesa Madre prevedono la Santa messa nella Chiesa di San Giovanni (ore 18,30) e la processione (ore 20) con il seguente itinerario: Chiesa di San Giovanni, Lungomare, viale Isonzo, via Garaffa, via Garibaldi, via XI Maggio, piazza Matteotti, via Edoardo Alagna, via Mazzini, Porto (sosta),  via Dei Mille, piazza Mameli, via Sibilla, via Armando Diaz, via delle Sirene, via Scipione l'Africano, (sosta per i giochi d'artificio), lungomare rientro chiesa San Giovanni. Sempre domani, ma al mattino, dalle ore 9,30 alle 11,30 vi sarà l'esibizione della Banda Musicale per le vie della Città. Le altre messe della giornata in onore del Compatrono della Città saranno celebrate alle 8,30 - 10 ed 11,30 sempre nella Chiesa di San Giovanni Battista al Boeo. A curare i festeggiamenti che si avvalgono del patrocinio dell'Amministrazione Carini un gruppo di fedeli coordinati dall'arciprete Padre Ponte.